1 1 1 1 Fondazione Querini Stampalia: La Sala della Musica Il Conte Giovanni (1799-1869), ultimo discendente dei Querini del ramo Stampalia, lasciò in eredità nel 1868 alla sua Venezia tutti i suoi averi: lo storico palazzo di famiglia, terre, case, libri, quadri, mobili, oggetti d’arte, monete, stampe. Con l’estinzione dei Querini e il conseguente passaggio a Fondazione di tutto il patrimonio, si è realizzato un raro esempio di conservazione dei beni di una famiglia di antichissime e nobili origini. La famiglia Querini, annoverata tra le dodici casate apostoliche, le più insigni fondatrici della città lagunare, faceva parte dei governanti, del patriziato, cioè di coloro che occuparono ereditariamente l’area del potere. La partecipazione nel 1310 di Marco Querini alla drammatica congiuntura ordita da Bajamonte Tiepolo contro il doge Pietro Gradenigo segnò la loro storia, macchiando il nome della casata, che venne esclusa per sempre dal dogado. Nel XIV secolo Zuanne Querini riuscì ad acquistare l’isola di Astipalea nell’Egeo e da questo feudo deriva il titolo di Stampalia, titolo che solo nel 1808 venne usato da Alvise Querini alla corte napoleonica di Milano per distinguersi da un suo omonimo, l’ambasciatore del Regno di Sardegna. Da allora il doppio cognome è rimasto ad indicare prima la famiglia, oggi la Fondazione. Nel secondo Settecento, il patriziato veneziano appariva suddiviso – di fatto se non di diritto – in tre fasce “sociali”: i “grandi”, con il massimo delle disponibilità economiche e quindi con le maggiori disponibilità di gestione del governo; i “quarantinotti” mediani di facoltà economiche e mediani di potere; i “barnaboti”, decisamente più poveri di sostanze e decisamente poveri di potere pur se appartenenti anch’essi al corpo sovrano e sedenti in Maggior Consiglio. I Querini di Santa Maria Formosa facevano parte dei “grandi” e con la generazione che si era dipartita da Zuanne Carlo (fratello del celebre cardinale Angelo Maria) entrarono nel gruppo di coloro che di fatto guidavano il Governo della Serenissima. Erano di Santa Maria Formosa perché nel Cinquecento i Querini costruirono in quel luogo, dove già possedevano nel Trecento alcune case, un palazzo ispirato all’architettura di Mauro Coducci, architetto che a Venezia aveva già progettato diverse opere come Ca’ Vendramin Calergi, la chiesa di San Zaccaria, la chiesa di San Giovanni Evangelista (Scuola Grande), la chiesa di Santa Maria della Visitazione (Pietà), la chiesa di Santa Maria Formosa. Come indicato nel testamento del fondatore questo Palazzo è tutt’ora la sede della Fondazione omonima che vi ha allestito la Biblioteca al primo piano, già appartamento del conte Giovanni, il Museo al secondo piano, che era stata sede patriarcale nella prima metà dell’Ottocento, e un’area per esposizioni al terzo.

Sala della Musica

Uno dei nuclei più significativi della collezione d’arte presente alla Fondazione è costituito da trenta piccole tele dell’artista veneziano Pietro Longhi (Venezia, 1701-1786). Quindici opere erano proprietà della famiglia, commissionate per lo più da Andrea Querini, mentre le altre quindici sono di provenienza Donà delle Rose. Le quindici tele Donà delle Rose furono acquistate da un consorzio, che le salvò da una sicura dispersione, cui parteciparono la Fondazione Querini Stampalia, l’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, la Cassa di Risparmio di Venezia e il Banco di San Marco e furono collocate in deposito permanente nel Museo della Fondazione. In questa sala è presente la serie della Caccia in Valle insieme a numerose scene di vita veneziana dove gli aspetti più curiosi sono sempre raffigurati con straordinaria grazia: chiacchiere di salotto, intimità di famiglia, divertimenti e danze, maschere e gentiluomini, dame e cavalieri, contadini e isolane, giochi e mestieri, scherzi d’amore, giocolieri e ciarlatani, indovini e cantastorie, acrobati e astrologi. La Caccia in Valle, concepita originariamente per palazzo Barbarigo a Santa Maria Zobenigo a Venezia, dove restano visibili sulle pareti le cornici a stucco che custodivano i dipinti, costituisce uno dei cicli più celebri dell’artista. Verso il 1765-70 Longhi eseguì per la famiglia Barbarigo queste sette piccole tele con la raffigurazione de "L'Arrivo del signore", la "Preparazione dei fucili", la"Preparazione delle munizioni", il "Sorteggio dei cacciatori", la"Partenza per la caccia", la "Posta in botte" e il "Conteggio della cacciagione". Il carattere estremamente realistico delle rappresentazioni, i numerosi disegni preparatori conservati, l’aderenza al vero, l’attenzione scrupolosa ai dettagli e alle tecniche utilizzate, lasciano supporre la partecipazione di Longhi alle battute di caccia insieme al suo committente. Uno dei momenti più alti del ciclo è l’"Arrivo del signore": Gregorio Barbarigo quasi cinquantenne con sguardo distaccato, portamento da sovrano e abbigliamento da città giunge nella valle. Subito i contadini si inginocchiano dinanzi a lui e baciano un lembo della veste patrizia quasi a voler rimarcare la distanza tra le due classi sociali. La scena è ambientata al tramonto in una fredda sera d’autunno e il paesaggio è solo accennato con il “casone” nella sinistra e con straordinari effetti di luce e colori all’orizzonte che caratterizzano il panorama lagunare. Non meno significativa la "Posta in Botte" con la cacciagione in primo piano, lo scorcio dell’uomo accovacciato, forse intento a nascondere sotto la giacca una preda approfittando della disattenzione del nuovo giorno che indica la fine dell’avventura. Il tiratore entra nella botte, una sorta di tino a tronco di cono con intorno delle zolle erbose che la rendono simile ad un’isoletta e aspetta le prede che nel frattempo vengono richiamate dalle anatre, in legno dipinto ad olio, che sono state posizionate dal cacciatore intorno al promontorio “tombolo”. La"Caccia allo smergo" è uno dei più celebri dipinti di Longhi sia per la particolarità del tema, sia per la felice resa del paesaggio lagunare veneto. Questa caccia, piuttosto singolare, era molto amata dalla gioventù patrizia e ancora in uso nel Settecento come prova di abilità. Il nobile, in elegante tenuta da caccia, con giubba rossa si disponeva a prua della “ballottina” e con arco e “balotta” in mano, ossia una pallina di terracotta, si apprestava a colpire lo smergo, tra tutti gli uccelli quello più difficile da cacciare, resistentissimo, e, anche se ferito, capace di nuotare a lungo sott’acqua. Nelle altre scene di genere presenti nella sala in pittore non tralascia di analizzare nessun aspetto della società; entra nelle case popolari, nei salotti delle residenze patrizie ("Lezioni di geografia", "Famiglia Sagredo", "Famiglia Michiel") nelle osterie ("Contadini all’osteria"), nelle case da gioco ("Ridotto") ed esce nei campi, nelle piazze e nelle calli di Venezia ("Mondo novo", "Casotto del Leone") e persino in campagna ("Filatrice", "Filatrici", "Contadina addormentata", "Furlana") riuscendo a cogliere l’atmosfera dei luoghi, le abitudini, i costumi e lo stato d’animo della gente, immortalando il tutto con un’estrema raffinatezza d’influenza quasi francese.  In ogni scena, con un’apparente semplicità, Longhi riduce i paesaggi e gli ambienti a qualche accenno quasi simbolico mentre evidenzia e valorizza i gesti, le espressioni, gli atteggiamenti, i movimenti e il carattere dei suoi personaggi con l’utilizzo di una tavolozza dai colori densi, caldi ed eleganti. E’ la stessa lunghezza d’onda delle rappresentazioni teatrali di Carlo Goldoni, suo caro amico che incontra e frequenta nel Palazzo queriniano: luogo che grazie ad Andrea Querini, favorisce la loro colta amicizia, lo studio e il divertimento. Sono esposti anche le "Tentazioni di Sant’Antonio" e la "Frateria di Venezia" che, illustrando i ventidue ordini religiosi che avevano sede a Venezia nel 1761, costituisce un vero e proprio manifesto politico del tempo dove i personaggi sono ritratti con una satira particolarmente pungente.

Nella sala sono presenti numerosi strumenti musicali della famiglia, alcuni a corda altri a fiato. Tra i più interessanti vanno ricordati due violini attribuiti al primo grande costruttore di strumenti operante nella città lagunare Martinus Kaiser (Füssen, 1642 circa - ?. 1695 circa) ritenuto il caposcuola della liuteria veneziana e i due archetti per violino attribuiti a Carlo Tononi (Bologna, 1625 – Venezia, 1730). Il Tononi usava siglare le sue opere con un marchio a fuoco in negativo (il nome appare chiaro e tutto intorno bruciato) in due diversi punti: sulle fasce, vicino al bottone, e sul fondo, sotto la nocetta così come evidenziato sui due archi di questa collezione. Del Tononi esistono solamente tre archi; il terzo si trova nella collezione inglese Albert Cooper. Di notevole interesse anche la ribalta con alzata collocata tra le finestre, in legno e radica di noce, della prima metà del XVIII secolo. Si tratta di un raffinato mobile composto di due corpi separati da elementi dorati e torniti a forma di cipolla, impiallacciato in bellissima radica di noce e impreziosito da graziose rifiniture dorate che accendono la patina del bureau-trumeau. Durante i ricevimenti questo tipo di mobile veniva lasciato aperto per svelare le collezioni di statuine inserite negli apposti scomparti, un teatrino tutto veneziano.

Il 26 Agosto 1740 Cecilia, sorella del senatore Andrea, scrive al padre procuratore Giovanni; “…Raccomando a V.E. la mia spinetina, se mai potese farmela agiustare; e mi farebbe un gran favore poi a mandarmela, con il libro dei minuetti, acciò non mi dimentichi quello che ho imparato…”.  

Tratto da Museo Querini Stampalia Venezia, Vianello Libri, 2012 Treviso. A cura di Babet Trevisan, testi di Enrico Zola, Babet Trevisan.

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