1 1 1 1 Al Fontego dei Tedeschi le ragnatele luminose di Loris Cecchini La prima impressione è quella di una luminosa ragnatela sospesa in aria che occupa armoniosamente ed interamente lo spazio. E' la coinvolgente installazione fatta di circa ottomila elementi di lucido acciaio, incastonati l'uno all'altro, che Loris Cecchini (Milano, 1969), uno dei più interessanti artisti italiani della generazione di mezzo, ha messo in atto nella grande sala del padiglione eventi al quarto piano dello storico Fondaco dei Tedeschi.

Un edificio che nel 1510 era affrescato da Giorgione e Tiziano, può essere interessante ricordarlo, un tempo sede centrale delle Poste Italiane e ora adibito a lussuoso centro commerciale. Si tratta in effetti di uno dei più attraenti eventi espositivi collaterali della Biennale d'arte, anche perchè in grado di stimolare una riflessione sulla concezione della scultura e dello spazio nell'arte contemporanea.

L'installazione, titolata "Waterbones", cioè ossa d'acqua, anche se realizzata in metallo, resterà aperta fino al 27 novembre ed è curata da Hervé Mikaeloff che, come chiarisce nella sua presentazione, configura una sorta di "crocevia tra scultura, architettura e dimensione organica". Gli elementi costitutivi hanno la forma di un osso ma il loro concatenamento, teso a formare una sorta di ragnatela, configura una scultura aerea e senza peso, in grado di stabilire un rapporto davvero armonioso e senza fratture con l'ambiente. Realizzando in qualche modo, concretamente, una delle utopie della scultura moderna che, come è noto dal tempo della "Scultura lingua morta" del grande Arturo Martini, ha del tutto abbandonato le intenzioni storiche della statuaria per cercare di pervenire invece ad una nuova autonomia plastica e formale.

L'operazione di Loris Cecchini rivela dunque anche aspetti che potremmo definire di ordine concettuale perchè in grado di mettere in discussione, ad esempio, il naturalismo - le ossa d'acqua fatte di metallo, per dire - e la stessa percezione dello spazio, che risulta interamente e fisicamente occupato dall'opera plastica e, nello stesso tempo, interamente vissuto nella luce.

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