1 1 1 1 Dall’artigiano all’exhibition-maker. La mostra di Judith Clark a Venezia La professione di stilista e quella di curatore sono al centro del dialogo innescato dalla mostra a cura di Judith Clark. Parte integrante della rassegna “Homo Faber” allestita alla Fondazione Cini di Venezia. Fashion Inside and Out. Nelle trame della moda è una di quelle mostre eccezionali che portano la firma di Judith Clark. L’esposizione rientra nelle tappe di Homo Faber, la rassegna inaugurale dedicata ai migliori esempi dell’artigianato europeo, organizzata dalla Michelangelo Foundation sull’isola veneziana di San Giorgio Maggiore presso la Fondazione Cini.
All’interno del suggestivo spazio della piscina Gandini, ormai dismessa, la visita è scandita da un ritmo pacato e meditativo, legato al minimalismo dei supporti espositivi e l’attenzione estrema nella scelta di cosa includere e soprattutto escludere nel discorso curatoriale.
Judith Clark procede per selezione di oggetti e stratificazione di significati rendendo omaggio alla maestria artigiana nel mondo della moda, in particolare nella sua versione “alta”, altrimenti definita couture. Non solo celebra il potere dell’artigianato di trasformare elementi naturali in manufatti unici, ma avvicina, con un approccio metanarrativo, la professione dello stilista a quella del curatore, o meglio, dell’exhibition-maker, come lei stessa ama definirsi. Abiti presi dalle collezioni di alta sartoria di Maison Schiapparelli, Dolce & Gabbana e John Galliano per Maison Margiela, sono esposti su manichini altamente personalizzati da Bonaveri. La trama, artigianale e curatoriale, si arricchisce ulteriormente se si colgono le corrispondenze tra gli abiti e le intricate acconciature di Angelo Seminara. D’altronde, nell’ambito della moda, il manichino, le parrucche e lo spazio stanno all’exhibition-maker come i materiali tessili, gli spilli e i cartamodelli stanno allo stilista. In questo processo di indagine del lavoro dell’artigiano saltano le categorie strutturaliste “dentro” e “fuori”. L’acqua, che un tempo riempiva la vasca della piscina, si affaccia ora solo attraverso i finestroni aperti sulla laguna ed è dissimulata dall’opera site specific del modista Stephen Jones. Un paio di gambe-manichino di Bonaveri ci chiedono di guardare all’interno per percepire la bellezza della doratura, opera dell’intervento di Naomi Filmer, designer del gioiello contemporaneo. Un costume tradizionale della Provenza è posto in dialogo diretto con il busto nudo di un manichino suo prossimo, che ci rivela le imbottiture del fianco e della manica. E così via.
Non mancano poi degli spunti di riflessione ironici, che investono il dialogo, non sempre senza increspature, con le arti visive e sollevano delle domande su categorie già politicizzate come quella del prodotto unico e di serie. Proprio all’ingresso della mostra ci accoglie la sacca firmata dallo stilista Virgil Abloh per Off-White che dichiara a caratteri stampati su tela “SCULPTURE”. L’oggetto, evidentemente frutto del pronto moda, strappa un sorriso per il cortocircuito che si insinua tra il prodotto industriale, e quindi di serie, e la sua pretesa di essere un’opera d’arte, per antonomasia unica e irripetibile.
Instancabile nel delineare il campo d’azione e di ricerca della disciplina del fashion curation, Judith Clark rende omaggio alle collaborazioni che ha consolidato nella sua pluriventennale carriera. Da qui la scelta di includere, oltre ai nomi già menzionati, dei pezzi dello stilista Hussein Chalayan, Chloé, Dai Rees e Rosie Taylor-Davies per il Simone Handbag Museum in Seoul.
L’artigianalità non è guardata con nostalgia verso un passato glorioso, ma è posta al centro del processo creativo della moda contemporanea e della disciplina del fashion curation.

articolo di Nadia Saccardi pubblicato su www.artribune.com 20/9/2018
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