1 1 1 1 ​Francesco Hayez, l'uomo che divenne l'emblema dell'arte romantica La sua opera più conosciuta è “Il bacio”, realizzato nel 1859 e conservato alla Pinacoteca di Brera, considerata il manifesto dell'arte romantica italiana. Eppure Francesco Hayez non nacque pittore romantico, ma lo diventò; così come non nacque milanese, ma quella città e quella cultura meneghina che lo accolse con entusiasmo alla fine divennero sue per vocazione. D'altronde lui a Milano era dovuto crescere per forza.
“Nacqui in Venezia il 10 febbraio 1791 nella parrocchia di S. Maria Mater Domini”, scrive egli stesso nelle sue Memorie. Figlio della muranese Chiara Torcellan e di Giovanni Hayez, un pescatore originario della Francia, a causa delle ristrettezze in cui viva la famiglia (aveva altri quattro fratelli) fu affidato a una zia materna che viveva a Milano, sposata con Francesco Binasco, collezionista d'arte e antiquario.
In realtà quell'allontanamento doloroso sarà la sua fortuna: intuendone le capacità artistiche, lo zio lo avviò allo studio dell'arte e gli permise di formarsi all'Accademia di Belle Arti di Venezia e poi a Roma; Hayez si situò ben presto nel solco del neo-classicismo di Canova (che lo apprezzava molto e ne favorì la formazione).
Ma i tempi erano quello che erano: l'Italia era una pletora di ex Stati dominati dall'Impero Asburgico e da quello Francese; Venezia – dopo la caduta della Repubblica nel 1797 – passò per due volte dall'occupazione francese a quella austriaca. Erano tempi di schieramento e di passione, e Hayez non si sottrasse al destino di essere uomo del suo tempo: ma lo fece in maniera assolutamente personale, riuscendo a essere ammirato – se non addirittura idolatrato – dalle più nemiche (fra loro) delle componenti politiche in Italia di quel periodo.
Se da un lato ricevette dal principe Klemens von Metternich l'incarico di realizzare sulla volta del salone del Palazzo Reale di Milano un affresco allegorico per l'incoronazione dell'Imperatore Ferdinando I d'Austria, dall'altro Giuseppe Mazzini – da suo esilio – riusci a scriverne: “Il posto che gli spetta è fuori di quelle sfere; è quello della Storia. Trattata dal punto di vista dell'avvenire. Là, è grande e solo”. A Milano ebbe contatti con Alessandro Manzoni e Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Carlo Cattaneo; nel 1850, sopiti i moti del 1848, divenne titolare della cattedra di pittura dell'Accademia di Brera e dieci anni più tardi assunse la presidenza dell'Accademia di belle arti di Milano, in rappresentanza dell'amico Massimo d'Azeglio.
Molte sue opere, incluso il celeberrimo Bacio (del quale Hayez realizzò più versioni), contengono messaggi risorgimentali nascosti: l'artista decise infatti di mascherare gli ideali di cospirazione e lotta contro lo straniero con la rappresentazione di eventi del passato, sfuggendo di fatto agli interventi di censura.
Portò sempre Venezia nel cuore, e anzi prima che la sua carriera esplodesse provò a rimanere in laguna trovando però solo incarichi da decoratore, malgrado i suoi sforzi per farsi apprezzare; non esitò così, non senza rammarico, a spostarsi di nuovo a Milano, dove incontrò la sua fortuna: “I Milanesi e non i Veneziani – scrisse in una lettera a Canova – mi hanno incoraggiato a riprodurre nuove fatiche pittoriche […]; il genio di quella popolazione mi fa ancora più sperare della patria mia”.
Nato cittadino veneziano e vissuto sotto le dominazioni francese e austriaca, Hayez morirà italiano nel 1882, due giorni dopo il suo novantunesimo compleanno. È sepolto a Milano, nel Famedio del Cimitero Monumentale.

Articolo di Alberto Toso Fei
pubblicato su Il Gazzettino online Lunedì 29 maggio 2017 

CANOVA, HAYEZ, CICOGNARA L’ULTIMA GLORIA DI VENEZIA (Gallerie dell'Accademia, fino al 2 Aprile 2018)
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